Non è per questo secolo di polvere
che ho consumato il fuoco delle mie notti.
Ho teso le mani colme di stelle
a un finto cenacolo di esperti da bar,
che assaggiano l’oro e protestano per il sapore,
perché spaventa ciò che pesa,
e lo calpestano nella melma del loro piccolissimo cortile.
È inutile versare la luce
in un secchio bucato o
spiegare la vertigine a chi è abituato a strisciare.
La bellezza non deve chiedere scusa né mendicare uno sguardo o il permesso di esistere.
Io me ne vado verso le mie scogliere,
dove il vento non misura la sua voce;
preferisco custodire le stelle
nel palmo della mia mano
e donarle solo a chi non ha paura di guardare l’infinito.